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24 gennaio 2012
Lettera a Monti. Restituisco la mia laurea allo Stato
Non mi serve più, e non ho intenzione di mantenerla appesa alle pareti di uno studio che grazie al Suo decreto sulle Liberalizzazioni dovrà chiudere i battenti. [Giulia Fresca]
La lettera al Presidente del Consiglio della "più giovane laureata in ingegneria meccanica" (aveva 23 anni), da 16 anni in attività come libero professionista. Che spiega a GiULiA: "Le donne sono, in questo, maggiormente penalizzate e chi, come noi, lotta quotidianamente non può rimanere inerme". http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=6528&typeb=0&Lettera-a-Monti-Restituisco-la-mia-laurea-allo-Stato http://www.articolo21.org/4653/notizia/lettera-a-monti-restituisco-la-mia-laurea-allo.html http://www.dazebaonews.it/dazebao-news/societa/item/8123-lettera-a-monti-restituisco-la-mia-laurea-allo-stato
Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri, Professore Mario Monti, ai diversi pensieri che in questi giorni affollano le menti e le strade di questa Italia ormai irriconoscibile, desidero aggiungere il mio, corredandolo della volontà di restituire allo Stato la mia Laurea specialistica. Non mi serve più, e non ho certo intenzione di mantenerla appesa alle pareti di uno studio che grazie al Suo decreto sulle Liberalizzazioni dovrà chiudere i battenti. Una Laurea in Ingegneria Meccanica conseguita nel 1995 all'età di soli 23 anni che, ancora oggi, mi consente di detenere il primato di più giovane laureato d'Italia, e che in un Sud senza industrie, né santi in paradiso o "privilegi" per poter accedere ad una borsa di studio o ad un assegno di ricerca, ma grazie alla continua volontà di aggiornamento e desiderio di crescita, si è trasformata nel mezzo per costituire uno studio d'ingegneria che, tra mille sacrifici, ha realizzato opere importanti ed ha onorato la Professione consentendo anche a tanti giovani di formarsi e di avviare, a loro volta, la propria strada. Sedici anni di attività da libero professionista singolo che ha sempre creato sinergie e collaborazioni con i diversi studi specialistici di architetti, geologi, agronomi, geometri, al fine di redigere un prodotto che fosse al top delle qualità sotto tutti gli aspetti, ed al tempo stesso rispettoso delle Leggi e Norme, non solo tecniche ma etiche e deontologiche. Già da tempo si continua a ripetere che le professioni necessitano di una pratica di "liberalizzazione" e Ella stessa, Professor Monti, ha sottolineato che ognuno deve "rinunciare ad una parte del proprio privilegio". Mi chiedo, e Le chiedo, quali siano i privilegi di un libero professionista singolo o associato che deve combattere quotidianamente con i "furbi" legalmente autorizzati dallo Stato. Il settore tecnico in Italia, egregio Professor Monti, è già liberalizzato e sorprende il fatto che Ella e l'intero Suo Governo non abbia contezza del fatto che esistono soggetti come geometri, dottori geometri, ingegneri ed architetti (ormai sono così chiamati quelli con le lauree triennali che afferiscono all'Albo "B" degli Ordini professionali) per infine passare agli Architetti ed Ingegneri Magistrali cui faccio parte. A questa giungla di tecnici, il cui accesso alla Professione è stato regolato previo Esame di Stato, si aggiungono coloro i quali, in barba alla leggi, operano l'attività progettuale "in nero". Sono i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, i docenti delle scuole e delle università e quanti "arrotondano" il loro stipendio fisso utilizzando (semmai) la disciplina sul part-time ma di fatto operando nel regime di concorrenza sleale. A ciò si aggiunge il fatto che tali soggetti non hanno alcun problema in merito al regime pensionistico, tenuto conto che lo stesso è regolato dal lavoro principale dipendente a tutto discapito del libero professionista "puro" che, attraverso l'iscrizione alle Casse di Previdenza, deve provvedere in maniera autonoma versando la quota minima anche in assenza di reddito percepito. Già, egregio Professor Monti, perché spesso i professionisti, e mi riferisco ai tecnici, non riescono a sbarcare il lunario per via dei ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, del mancato esborso da parte del privato (basti verificare quanti tecnici sono costretti a fare ricorso alla legge per il riconoscimento dell'onorario) e per la difficoltà economica che si incorre nel mantenere "vivo" uno studio tecnico. Ella, Professor Monti, con la sua idea delle libera professione "facilitata" dal sistema Italia, con la continua "presunzione di colpevolezza del libero professionista", inquadrato ormai in un contesto di "evasore fiscale" per eccellenza, attraverso il provvedimento che intende far approvare, metterà in ginocchio migliaia di professionisti seri che hanno dedicato la loro vita ad un'attività che dimostra di essere, per importanza, tra le prime nel nostro Paese. Io sono disposta a restituire il mio "pezzo di carta" ma non credo che con questo gesto Ella ed il Suo Governo ne trarranno beneficio. Se chiudono gli studi professionali per "fallimento indotto dallo Stato" sarà il fallimento dell'intero Paese e mi creda se Le dico che, ai miei 40 anni, non è bello dover buttar via i sogni ed i sacrifici che si sono fatti pensando alle generazioni future mantenendo autonomia decisionale rispetto al potere dei forti (o degli arricchiti che costituiscono le società di ingegneria basate sul capitale economico) e dei prepotenti e furbi che operano nei sottofondi della legalità. La invito a riflettere bene ed a lavorare partendo dalle basi vere che pretendono chiarezza dei ruoli (e non confusioni) della qualità progettuale, della esecutività delle opere, della responsabilità civile e penale, e soprattutto del rispetto dell'opera d'ingegno che ad oggi è stata garantita, seppur con grandi difficoltà, dai minimi tariffari che costituiscono, attraverso la tutela ordinistica, l'unico mezzo per far valere i propri diritti. Operi seriamente sulle pubbliche amministrazioni e ponga dei paletti fermi sulla scelta lavorativa che ognuno vuole svolgere, dipendente o libero professionale. Solo così si farà chiarezza ed Ella potrà agire con una manovra equa e giusta. Confido nel suo senso dello Stato e della legalità. Distinti Saluti
Giulia Fresca ingegnere-giornalista
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22 gennaio 2011
La Calabria di Qualunquemente
di Giulia Fresca Santa Trada, la località collinare posta sopra il centro abitato di U Cannateddu, ovvero Cannitello di Villa San Giovanni è il luogo simbolo del film di Giulio Manfredonia, “Qualunquemente” che vede protagonista Antonio Albanese ed uno dei suoi personaggi televisivi più spiritosi e corrosivi, il politicante intrallazzista Cetto La Qualunque. L’uscita nelle sale ha fatto registrare il boom ai botteghini ed il film, realisticamente dissacratorio, merita di essere visto perché si miscelano le diverse anime della società. L’esasperante presenza di Cetto La Qualunque che in sè racchiude tutti i vizi della “mala società” non riesce però a far dimenticare quei valori “veri” in cui qualcuno ancora crede, sebbene alla fine soccomba sotto il peso dell’illegalità. L’onda calabra, come recita la canzone di Peppe Voltarelli che riecheggia in alcune scene del film e lo connota nel suo finale, consegna non una regione meridionale qualunque, ma proprio la nostra con i suoi paesaggi e con le sue storture. E di Calabria in Qualunquemente ne abbiamo trovata tanta. Non è solo una location del Mezzogiorno d’Italia, bensì è connotata con i suoi usi, i suoi vizi, le sue “cose che non vanno”. Gli ospedali dove a regnare sono i topi ed a dirigere i primari senza meriti, il mare sporco a causa degli scarichi fognari a cielo aperto, l’abusivismo edilizio persino sulle aree archeologiche, la benevolenza della Chiesa di fronte a chi, in cambio del voto, promette il sostegno per il Santo Patrono ed infine la gestione familistica fino all’inverosimile della politica fatta in casa. Ma proprio Peppe Voltarelli è stato il primo a prendere le distanze scrivendo una lettera aperta ad Antonio Albanese «Onda Calabra è un brano che parla di emigrazione in Germania che descrive le sofferenza di una terra martoriata ma per la prima volta nella storia lo fa in maniera sorridente positiva allegra e giocosa con quel pizzico di ironia amara che non si piange addosso per questo è una canzone amata dalla gente del Sud come una bandiera perché è simbolo di speranza, una speranza seria non è una macchietta oppure una gag di cabaret.- scrive Voltarelli amareggiato - Caro Antonio non sai quanta rabbia provo e quanto è triste pensare che il mio brano più conosciuto nella tua versione ha perso completamente il suo significato originario, la sua forza e la sua dignità e il suo coraggio e penso a tutto il lavoro fatto negli ultimi vent'anni anni ai concerti nei piccoli paesi dimenticati da Dio alle traversate oceaniche per portare avanti un idea positiva e di calabresità sostenibile e a quante volte ho litigato con la Calabria da cartolina becera ottusa arrogante e mafiosa. Ignazio Butitta diceva che un popolo è povero per sempre quando gli tolgono la lingua, per questo motivo la canzone Qualunquemente mi ha ferito e credo che abbia ferito tutti quelli che come me coltivano il sogno del cambiamento. Ora ti saluto Antonio, goditi il tuo meritato successo, spero che la faccenda si risolva prima possibile, ma appena puoi per piacere ridammi indietro la mia canzone». Non c’è riscatto ed una delle prime scene apre sul cartello dell’immaginario e cementato paese di “Marina di Sopra, gemellato (non a caso) con la città di Weimar” rigorosamente arrugginito e crivellato di colpi di pistola, si continua su strade battute dalla calura estiva ed arse dall’incuria dell’uomo, per poi giungere al mare della vergogna. Antonio Albanese è bravissimo a rappresentare il calabrese intrallazzino, ma c’è il rischio che si possa pensare davvero ad un calabrese siffatto. La parlata, l’uso delle parolacce e persino la ‘nduja, che fa capolino nel film, ci consegnano uno spaccato non proprio immaginario della nostra regione. Alla scena di corruzione all’aeroporto di Lamezia Terme del pilota di un canader che preferisce far sorvolare sulla costa lo striscione elettorale di La Qualunque anziché spegnere l’incendio in Sila, si aggiunge l’immagine di una terra desolata, di paesi brutti e di ecomostri che diventano, come quello di Santa Trada, proprio sotto il Pilone della Stretto, il simbolo di una regione negativa sulle cui bellezze, al contrario, non si è spesa una parola. Qualcuno sostiene che il messaggio sia: «avete raggiunto il fondo e Cetto è solo la rappresentazione locale del malessere nazionale». In questo senso, il malessere è certamente massimo in Calabria dove la “normalità” è fatta di rapporti sociali più inquinati del mare. È questo forse il disequilibrio che emerge nel film, perché se a Cetto La Qualunque si contrappone il candidato De Santis che «se diventa sindaco mette il paese a rischio legalità», alla negatività dell’immagine di una regione non corrisponde una possibile azione di riscatto, lasciandoci “qualunquemente e senza dubbiamente” tutti dei…La Qualunque
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24 ottobre 2010
De Magistris, un “cattivo” magistrato
L’occasione doveva essere la presentazione del suo libro “Assalto al Pm – storia di un cattivo magistrato”, ma De Magistris, nella “sua” Calabria non poteva limitarsi a parlare di un prodotto editoriale e così ha puntato l’attenzione sulle scottanti vicende del nostro Paese ed i tanti laccioli che impediscono che diventi un posto normale.
Ha ripercorso alcuni momenti cruciali del suo trascorso da Pm presso la Procura di Catanzaro, attraverso le inchieste che lo hanno reso famoso: Poseidone, Toghe lucane e Why Not, che tanti sconquassi hanno generato non solo nella sua vita ma nell’intero sistema politico-affaristico regionale e nazionale ed ha raccontato dei tanti attacchi da cui ha dovuto difendersi, soprattutto quelli interni dei colleghi. Qual è la situazione della magistratura in Italia ed in Calabria rispetto a quella che descriveva Piero Calamandrei?
In quindici anni ho visto avanzare il modello del magistrato conformista, attento ad interpretare la legge quando ha di fronte il personaggio di Potere. Io mi sono sentito dire da un Procuratore Generale che “De Magistris è un grande lavoratore, anzi lavora troppo e non è così che lavora un Magistrato che rispetta la Costituzione Repubblicana”. In quel momento sono state proprio le parole di Calamandrei che mi sovvennero, oltre a quelle di mia moglie che continuamente mi intimava di rientrare prima a casa. Mi sono visto recapitare un avviso di garanzia di quindici pagine emesso su ordine di Arcibaldo Miller, un incriccato che ha un pedigree di primordine ed era nei salotti Verdini con Dell’Utri e compagni, uomo dai tanti “vizietti” che lo hanno portato a diventare da Pm della Tangentopoli napoletana a capo degli ispettori del Ministero della Giustizia ovvero quello che dovrebbe giudicare la mia deontologia. Mi si accusava di vilipendio dell’ordine giudiziario per via di un’intervista a Sky nella quale avrei detto che in Italia esistono due magistrature, quella che mantiene la schiena diritta e che applica l’art.3 della Costituzione ed una che va a braccetto con il potere e con la “normale devianza”, proprio come fa Miller. Si sente di aver commesso degli errori?
Nella fase iniziale degli attacchi ho sperato di trovare degli errori gravi ma paradossalmente mi sono trovato nella condizione normale di chi sbaglia. Ho commesso gli errori di qualsiasi essere umano che si trova ad operare in un ambiente difficile dove, anziché potersi fidare del collega della porta accanto, occorre guardarsi le spalle perché è lì pronto a scipparti il fascicolo dalla scrivania. Cosa pensa dei giudici ragazzini?
Penso che danno tanto fastidio perché vengono da tutta Italia e non rinunciano, a priori, a sedi svantaggiate. Non hanno incrostazioni e questo deve fare riflettere sulla questione morale della magistratura, e non solo calabrese, nella quale i giudici ragazzini rompono quegli equilibri interni portando entusiasmo, passione e voglia di fare. In Calabria ci sono magistrati che valgono ma ce se sono molti che hanno incrostazioni profonde. Bisogna avere il coraggio di parlare della questione morale nella Magistratura e con questo mio libro volevo aiutare un dibattito interno, ma manca la volontà ed il coraggio di denunciare. Così si va verso il crollo democratico. La borghesia mafiosa e la massoneria deviata. Cosa li tiene insieme?
La borghesia mafiosa è tenuta insieme dalla massoneria deviata che, attuando la strategia della distruzione in tutti i modi, delle persone che hanno osato entrare nel cuore del sistema, realizza di fatto un Governo occulto della cosa pubblica. Il salotto Verdini ci ha consegnato politici, faccendieri ed alti magistrati asserviti che devono punire i magistrati perbene. Nei luoghi della borghesia mafiosa si decide per poi far ratificare nei luoghi istituzionali. Non dimentichiamo che “mafia” non è sinonimo di uso di armi e violenza, tant’è che l’arma è solo un aggravante, ma vincolo di omertà e di affarismo losco. In Calabria mi è stato chiesto “a chi appartieni?” Questo senso di appartenenza crea dei forti vincoli che nel mio caso hanno avuto l’azione catartica di metterli tutti insieme contro di me. Oggi il lavoro non è più un diritto, ma un privilegio ed una concessione e la borghesia ha paura di qualche magistrato che scopre l’ingranaggio, di qualche giornalista che lo racconta e della popolazione che se ne rende finalmente conto. C‘è bisogno che la gente si riappropri della dignità e ritrovi il pensiero critico, l’unico di cui i poteri forti hanno paura. È stato un cattivo magistrato?
Sono stato un cattivo magistrato ma non sono stato un deficiente. Avrei potuto fare tante volte delle scelte diverse perché mi hanno offerto delle prospettive, avrei potuto non approfondire delle carte che mi passavano davanti, e magari sarei potuto diventare Procuratore Generale da qualche parte. Meglio girarsi dall’altra parte?
Sarei andato contro la Costituzione Repubblicana e contro il diritto di autonomia ed indipendenza della Magistratura. La consapevolezza di stare nel giusto, con coscienza, mi ha dato la forza di andare avanti perché questo mestiere deve essere fatto con forte senso di passione ed idealità.
Si sente in colpa per quanti hanno pagato a seguito della guerra tra le Procure di Catanzaro e Salerno?
Mi pesa moltissimo che tante persone stiano pagando per aver fatto il loro dovere, anche se lavorando con me sapevano a cosa andavano incontro. La guerra delle Procure è la dimostrazione di come il circuito mediatico può impazzire e di quanto esso sia devastante perché paradossalmente la vicenda è paragonabile al fatto che i Carabinieri arrestano Riina e Riina arresta i Carabinieri. Presto renderò pubblici sul mio blog tutti i verbali perché si metta fine a questo enorme tentativo strategico di demolire quanti hanno svolto con coscienza il loro lavoro. Se ci fosse stato Sandro Pertini come Presidente della Repubblica, certamente avremmo avuto una sponda istituzionale in grado di guardare con occhi imparziali questa vicenda Ma la Chiesa che ruolo ha svolto?
La Chiesa calabrese è stata trasversalmente interessata ed anche in modo forte. Ci sono stati dei parroci che hanno avuto coraggio nel sostenermi mentre dalle gerarchie ecclesiastiche non è arrivata un granché di solidarietà anche perché era proprio da quelle gerarchie che arrivavano le sollecitazioni per le assunzioni . in questo momento dalla Chiesa mi aspetterei qualcosa che porti una vera lotta alla mafia, che la veda in prima linea. La Calabria avrebbe bisogno di tanti parroci di frontiera.
Quale deve essere l’idea del Giudice oggi?
Non bisogna seguire il concetto del giudice etico che cerca il consenso. Diversa è invece l’idea del giudice che cerca il feeling con le Istituzioni. C’è differenza tra solitudine ed isolamento. La solitudine fa parte del lavoro del magistrato e gli è indispensabile, l’isolamento invece è pericoloso. La legge Bavaglio ad esempio è una legge eversiva perché impedisce ai magistrati di operare ed alla stampa di raccontare. Questo significa impedire alla gente di sapere e di poter pensare liberamente in modo critico e quindi di dissentire. Se il Tg1 cominciasse a fare informazione pubblica raccontando le inchieste importanti del nostro Paese si può solo immaginare cosa accadrebbe. Ma loro hanno il consenso!
È vero che hanno il consenso ma se avessimo un’informazione libera faremmo salti in avanti. In Italia adesso vige la strategia del ricatto che è estremamente pericolosa. Il rapporto Fini –Berlusconi si regge proprio su questo. Non si può tenere un Paese avvelenato ed occorre ritornare al popolo con una nuova strategia comune di lotta.
Dall’assalto al PM all’assalto all’ex PM, quanto c’è di vero nelle accuse sugli sprechi delle sue indagini?
La storia dei costi è una bufala. Non sono stati spesi nemmeno i soldi che generalmente si spendono in un’indagine, anzi abbiamo anche recuperato dei fondi. Basta leggere quello che ha scritto Piero Sagona sul mio blog (http://www.luigidemagistris.it/index.php?t=s1545) La bilancia della Giustizia ha sui suoi piatti giustizialismo e garantismo, come vede il futuro De Magistris?
Vedo una magistratura come quella di Calamandrei, conformista, pavida e malata di agorafobia, che rischia di diventare il braccio togato del Potere. E vedo il Casellario pieno di piccoli delinquenti mentre i mafiosi ed i criminali saranno completamente “limpidi”.Sono ottimista sul fatto che l’Italia si risveglierà con una grande strategia politica che solo una grande mobilitazione delle coscienze può avviare.
Giulia Fresca
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17 ottobre 2010
Franco Fortugno, cinque anni dopo.

Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un uomo perbene, sempre sorridente ed affabile. Quel 16 ottobre 2005 quando la notizia della sua uccisione davanti alla sede di palazzo Nieddu nel centro di Locri, cominciò a rimbalzare di bocca in bocca, segnò uno spartiacque indelebile per la Calabria.
«Franco Fortugno è stato ammazzato!» Le linee telefoniche, poco dopo le 17,30, impazziscono nella giornata simbolo della democrazia in Calabria mentre si vota alle primarie dell'Unione. A sparare, a bruciapelo davanti ad alcuni testimoni, un killer fuggito su un'auto guidata da un complice dopo avergli esploso contro cinque colpi di pistola calibro nove.
Improvvisamente, quel giorno, l’opinione pubblica prende consapevolezza che la ‘ndrangheta non mina soltanto il potere giudiziario, ma anche quello della politica ed infatti subito si parla di delitto “politico-mafioso”. Si cercano gli “interessi” di qualcuno che Fortugno avrebbe disturbato ed immediatamente, tra i corridoi e quasi sottovoce, escono fuori alcuni nomi di “possibili” mandanti.
Vendette trasversali, interessi di partito, voti sottratti o venuti meno ad una elezione che doveva essere “certa” ed in mezzo, quella che da sempre è stata la macchina da guerra della ‘ndrangheta calabrese: la sanità.
Non a caso Franco Fortugno è un medico e non a caso anche Domenico Crea, che gli subentrerà in Consiglio Regionale lo è, del quale si dice sia in odore di ‘ndrangheta. Sarà arrestato nel 2008 per ordine della Direzione Distrettuale Antimafia, ma non per l’omicidio dell’ex vice presidente del Consiglio regionale bensì nell’ambito di un’inchiesta sulla sanità.
Un omicidio, che a distanza di cinque anni, non conosce ancora i veri mandanti, ma solo colpevoli.
Dopo cinque mesi di indagini, da quel giorno, nove persone vengono arrestate con accuse di vario tipo, dall’associazione di tipo mafioso, alla rapina a mano armata, all’omicidio, il cui autore materiale viene individuato in Salvatore Ritorto, “mandato”, si darà in seguito, da Alessandro e Giuseppe Marcianò rispettivamente caposala ed infermiere dell’ospedale locrese.
Alla funzione di questi “mandanti” non crede quasi nessuno. Si cercano ancora i nomi che stanno più su, al vertice della piramide che ha voluto quel delitto, ed è la vedova Fortugno, che dopo la morte del marito viene eletta al Parlamento, a chiedere che si continuino le indagini.
Quel giorno di cinque anni fa, la Calabria monopolizzò i media di tutto il mondo ed il movimento “Ammazzateci tutti” apparve subito come l’azione di giovani che rivendicavano il riscatto di una regione offesa.
Dopo cinque anni è tempo di bilanci. Quel Movimento oggi è solo sulla carta, utile a qualcuno per continuare ad essere beneficiato dalla notorietà che qualche residuale trasmissione televisiva vi dedica e dagli scambi di voti che producono il riconoscimento di qualche “finanziamento”. La prova arriva il 2 febbraio del 2009 quando al momento della sentenza di primo grado nel processo per la morte di Franco Fortugno, il movimento Ammazzateci tutti è assente dall’aula, così come i rappresentati delle Istituzioni.
Dopo cinque anni, a Locri, ieri a ricordare Franco Fortugno sono stati il Presidente della Camera Gianfranco Fini ed il guardasigilli Angelino Alfano il quale ha anche ricevuto gravi minacce per essere intervenuto nella città reggina. Le parole di Maria Grazia Laganà rappresentano il clima che non si placa in questa regione dove tutto rimane sospeso :«Tali azioni di stampo terroristico – ha dichiarato la vedova Fortugno solidarizzando con Alfano - attuate dai mafiosi, devono indurre gli organi dello Stato ad agire ora, ad agire in fretta, ad agire con sempre più forza per dare il colpo finale alla criminalità organizzata. Rafforzare il carcere duro per i mafiosi, confiscare i beni dagli stessi acquisiti illegalmente, è questa l’attività che può aiutare molto a sconfiggere questo male che tiene bloccato lo sviluppo dei territori infetti e non garantisce alcun futuro per i più giovani».
Parole come “Legalità”, “Giustizia”, “Senso dello Stato”, hanno poco senso in una regione dove non sono ancora ripristinati i canoni della “normalità”. «Ogni volta che un cittadino viene ucciso dalla mafia - ha detto ieri il Presidente della Camera Gianfranco Fini- sia esso di destra o di sinistra, diventa un martire. Non esistono vittime di serie A o serie B ed è per questo che Fortugno deve essere considerato come un cittadino d’Italia, come un padre. Dando memoria a queste vittime si ha un modo per contrastare la criminalità».
Parole che però non trovano, purtroppo, un riscontro reale.
La Calabria ha bisogno di altro, ha bisogno di “normalità”, di lavoro vero, onesto, di politici senza interessi personali, di magistrati sostenuti e non oltraggiati, di uomini liberi.
Solo allora, quando questo sogno utopistico si avvererà, forse, potrebbero non esserci più dei “Franco Fortugno” da ricordare.
Giulia Fresca
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1 settembre 2010
Saviano sulla ‘ndrangheta? No, Grazie!
pubblicato su www.articolo21.org il 01.09.2010
http://www.articolo21.org/7183/editoriale/saviano-sulla-ndrangheta-no-grazie.html
di Giulia Fresca
È diventato peggio di Bruno Vespa, con il suo fare saccente e teatrale. Roberto Saviano annuncia che sta scrivendo un nuovo libro, il terzo ancora per la Mondadori, sulla ‘ndrangheta. Gli sarebbe bastato venire in Calabria qualche volta, contornato dalla sua scorta e parlare con i giornalisti che qui invece ricevono minacce vere, per capire tutto sull’organizzazione criminale più ramificata al mondo.
Che genio, Saviano. Aspettiamo il suo libro per sgominare le famiglie criminali, gli intrecci che conducono alla gestione di patrimoni immensi basati sul narcotraffico, le attività commerciali ed imprenditoriali di mezza Italia del Nord e del sud America, le candidature di politici “funzionali” alle realizzazioni di intendimenti che portano al Potere. Aspettiamo Saviano per dire a magistrati del calibro di Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo, Giuseppe Creazzo e non ultimo Salvatore Di Landro, che non hanno capito nulla di cosa accade in Calabria.
Ma chi è Saviano per venire a “raccontare” la ndrangheta?. È una persona che vive in una terra martoriata da gente che l’ha depredata ai propri utili generando povertà e stato di bisogno?
La ndrangheta si sa, è l’organizzazione più “facoltosa” al mondo eppure la Calabria è la regione più povera d’Italia o forse dell’intera Europa. Chi scrive di queste cose, denunciando quotidianamente gli abusi, i soprusi e le ingerenze politico-criminali, rischiando la vita seriamente perché è qui che vive ed abita, non ha certo intenzione di speculare attraverso la vendita di un libro che ancora deve vedere la luce e che però già fa parlare di sé preannunciandosi come un nuovo best-seller.
Tutto ciò è vergognoso e da calabrese dico ad alta voce: Saviano, No Grazie! Si dedichi ad altro nella vita, si goda i frutti delle sue consumate fatiche nella tranquillità dei luoghi protetto dalle sue scorte. Lasci perdere la Calabria alla quale non farà certo un piacere, perché non è in grado di trarre da questa terra le cose positive che in essa, nonostante tutto, si generano continuamente. È sufficiente rivolgere lo sguardo alle cooperative sociali nate avendo per mission il cambiamento della Calabria e operanti per il riscatto delle comunità locali, che realmente si battono contro le mafie inserendo nel mondo del lavoro persone svantaggiate. Persone che vengono cancellate dai “libri paga” della criminalità organizzata che in Calabria offre solo manovalanza. La vera ‘ndrangheta è culturale, è quella che afferisce alla soggettività e conflitto, alle “soggettività oggettivate”, di sentimento intimo e personale delle amicizie, di questioni al “femminile”, di situazioni che pongono in rapporto tradizione/modernità, etica e responsabilità. Nei fatti di ‘ndrangheta, chi li vive davvero e ne conosce il significato più profondo, paragona la condizione femminile della donna del criminale “come una pasta di pane”, poiché ciò che appare dimenticato o rimosso nelle narrazioni maschili della storia non è l’eccezionalità delle donne, bensì la loro normalità. Lo scialle nero, il “guardaspaddi”, è memoria di una generazione passata ma anche vissuto del presente e sguardo al futuro, che ci conduce a quel crocevia tra tradizionale e moderno, tra destino e scelta, che viene faticosamente elaborato nella soggettività delle donne del Sud. Il “guardaspaddi” diventa anche il luogo dove custodire segreti, dolori, paure: luogo di pace e di conflitti insieme. Quell’abito nero che rappresenta il lutto delle donne di ‘ndrangheta e di mafia rimanda a quel significato di “mafia” con quale intendiamo un fenomeno complesso, polimorfico, consistente nell’uso di pratiche di violenza e di illegalità, in genere da parte di strati sociali dominanti o tendenti a diventare tali come la “borghesia mafiosa”, allo scopo di accumulare ricchezza e acquisire posizioni di potere, avvalendosi di un codice culturale non immodificabile e di un relativo consenso sociale, variabile a seconda della composizione della società e dell’andamento del conflitto di classe o comunque del rapporto tra le varie componenti. Nelle “mafie” si inserisce erroneamente anche la ‘ndrangheta ma a torto, perché essa è fatta da legami di congiunti, da “fratelli di sangue” e da donne all’interno della “signoria territoriale”. Questa “mafia” intesa come un’organizzazione formalmente monosessuale, riservata ai maschi, sottolinea invece l’elasticità di fatto che consente il contributo sempre più rilevante della donna, vista come un “fantasma che prende corpo”, mentre la “mafia” ,ma ancora di più la ‘ndrangheta, è come una rete che cambia colore passando da un centro fitto e nero ad un intorno grigio fino a giungere ai limiti nel candore del bianco: il candore delle fedine penali di quanti non sono direttamente coinvolti ma che rappresentano la forza vera della “mafia” attraverso l’omertà e la ricerca della “pace”.
Roberto Saviano non scriverà mai di queste cose, perché non le conosce, non le vive e soprattutto perché non è in grado di capirle, dalla sua postazione “lontana”, ma soprattutto non saprebbe, per convenienza, porre il suo lavoro a fin di bene per questa terra, che ancora una volta si offre, stupidamente, come preda
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30 aprile 2010
"Baciamo le mani". Li chiamano “uomini d’onore” ma sono "uomini in fuga"
di Giulia Fresca
“Baciamo le mani!” quante volte l’abbiamo sentito dire, un po’ per scherno un po’ per identificare in maniera chiara ed inequivocabile una realtà del Sud! “Baciamo le mani” è tutto in certi luoghi. È il pane quotidiano, è il capitale sociale che alcune persone costruiscono in territori dove lo Stato non si fa sentire, dove mancano, perché sono sempre mancate, le politiche di coesione sociale. Gli applausi al super boss della 'ndangheta Giovanni Tegano, che un centinaio di persone hanno atteso per salutare e “rendere omaggio”, non devono lasciare sorpresi, per il semplice fatto che non è la prima volta che episodi simili accadano.
Sono situazioni assurde che inneggiano all’antistato ma per certe realtà è proprio l’antistato l’unica fonte di sostentamento familiare. Un manipolo di delinquenti che vive ai margini della società, dovendosi nascondere in continuazione. Li chiamano “uomini d’onore” ma in realtà sono “uomini in fuga”. Eppure gestiscono potere, danno lavoro, sporco sì, ma in assenza di altro è fonte di guadagno, e dunque meritano riconoscenza e devozione. “Baciamo le mani”, anche se sono sporche di sangue innocente, magari di un bambino ammazzato per sbaglio, o di quello dei tanti morti per droga grazie ai loro traffici. “Baciamo le mani” perché in Calabria, in Sicilia, in Campania sono questi gli esempi che hanno seguito.
Lo Stato dov’è? Cosa fa? Non esistono politiche di coesione sociale, non esiste la capacità di fornire delle vie di legalità a chi decide di abbandonare la criminalità. In certe realtà il “Boss” è l’unico punto di riferimento e non solo per motivi economici ,e quindi di sostentamento delle famiglie, ma anche per la rete di rapporti che esso crea ed intesse.
Mantovano ha dichiarato che in Sicilia la situazione è migliore, che Palermo risponde meglio. Forse ci sei dimentica di analizzare i fenomeni criminali. La mafia è diversa dalla ‘ndrangheta ed il numero di pentiti e di collaboratori di giustizia lo dimostra. La ‘ndrangheta si basa sui rapporti di sangue, sulle famiglie, sulle parentele, dunque non semplici gregari ma compari, “san Giovanni”, cugini, fratelli, figli. Ecco perché Tegano esce sorridente, ecco perché gli ‘ndranghetisti arrestati salutano la folla, ecco perché la folla risponde con l’applauso. “Baciamo le mani” a chi ci rispetta, dandoci lavoro e considerandoci al pari. Se lo Stato fosse presente, se mettesse alla pari i cittadini, se li aiutasse a non avere bisogno dell’Antistato, gli applausi andrebbero tutti alle Forze dell’Ordine.
pubblicato il 29.04.2010 su articolo21.info
| inviato da giuliafresca il 30/4/2010 alle 17:16 | |
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25 marzo 2010
giuliafresca.ilcannocchiale.it c'è!
rai per una notte
| inviato da giuliafresca il 25/3/2010 alle 14:54 | |
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3 marzo 2010
Apri il tuo blog, "CensureRAI il Bavaglio RAI"
Potrebbe essere questo il motto adottato da tutti i blogger d’Italia per rimbalzare sul Web le trasmissioni “censurate” dalla Rai. Un modo per rispondere allo sciopero bianco annunciato ieri sera davanti alla sede di Via Teulada da Michele Santoro mentre Giovanni Floris parlava sul palco ed in contemporanea, al posto di Ballarò andava in onda, sulla terza rete un documentario storico.
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11 gennaio 2010
Il gioco della ‘ndrangheta: un voto calabrese al posto di un nero migrante
Editoriale su :
http://www.articolo21.org/6364/editoriale/il-gioco-della-ndrangheta-un-voto-calabrese-al.html di Giulia Fresca
Era il mese di novembre 2004 e sulle pagine regionali de “il Quotidiano della Calabria”, scrivevo un articolo dal titolo “La Calabria che non c’è”. Oggi, con grande tristezza, mi accorgo che a distanza di poco più di cinque anni quelle mie umili riflessioni sono ancora valide ed attuali!
«La Calabria al centro dell’attenzione mediatica italiana, la Calabria come laboratorio politico, la Calabria come motivo di spartizione del potere nelle altre regioni, la Calabria infine come motivo di risveglio delle Associazioni e dei movimenti per essere presenti nel momento storico che si sta vivendo.
Ma la vera protagonista è “la Calabria che non c’è”, quella emarginata, quella che combatte contro i problemi quotidiani, quella che vede tutti i suoi sacrifici buttati al vento, tutti i risparmi di una vita andati in fumo, che vede i suoi figli partire in cerca di fortuna.
Questa Calabria non è rappresentata da nessuno, eppure esiste ed è l’anello forte del consenso elettorale, è quell’insieme di persone che può fare la differenza, ma che, al tempo stesso, nella debolezza e fragilità é facilmente ricattabile ed “acquistabile”.Non esiste un ceto definito…, non esiste una categoria definita; dal piccolo imprenditore che si scontra con una burocrazia imperante ed un accesso al credito paralizzante, al professionista che deve sottostare ai ricatti di quanti operano nei vari settori imprenditoriali, alla casalinga che deve stringere i denti per portare il menage familiare a fine mese, all’agricoltore che oltre alle intemperie ha come nemico chi consente che sul mercato ci sia il libero accesso della merce che egli stesso produce ma che proviene da altri stati ed a prezzi più bassi, allo studente, che per non essere considerato inferiore al target che la pubblicità e la moda impongono, entra nel giro vizioso della malavita e brucia i suoi migliori anni, infine , a quanti debbono sottostare al mobbing sul posto di lavoro per non perdere quell’unica fonte di sostentamento per sé e la propria famiglia.
Questa è la “Calabria che non c’è”, che non siede al tavolo delle trattative, che non ha delegati, che non ha la forza di gridare perché è soffocata dal bisogno, una Calabria senza voce e senza più speranze, una Calabria senza sogni e senza futuro. Una Calabria di ieri e di oggi! Il domani potrebbe essere diverso se solo si desse la reale dimostrazione che si vogliono cambiare le cose. Non bastano le buone intenzioni ed i buoni propositi, non sono sufficienti gli slogan, occorre avere il coraggio di denunciare pubblicamente quello che non va e bisogna stare vicini e sostenere quanti hanno il coraggio di farlo.
Le Istituzioni per prime, i partiti a seguire. Bisogna cominciare ad estirpare platealmente e pubblicamente i mali di questa società: il capo ufficio che esercita il mobbing deve essere licenziato, il tecnico comunale che chiede tangenti per l’approvazione dei progetti deve essere rimosso dall’incarico, la banca che non vuole agevolare la crescita della Regione deve essere messa nelle condizioni di chiudere gli sportelli affinché non usufruisca ulteriormente dei vantaggi ad essa derivanti e così via. Bisogna avere il coraggio di riazzerare i ruoli, di guardare con attenzione ad ogni singolo ed alla sua comunità, non bisogna generalizzare i problemi ma bisogna guardarli nel loro contesto più intimo. La Calabria è varia e diversa e purtroppo le commistioni con quanto c’è di negativo sono reali e percepibili quotidianamente. Bisogna tenerne in debito conto ed operare allo sradicamento culturale di certe concezioni, ma soprattutto bisogna lavorare per creare l’alternativa vera alla risoluzione delle problematiche: non è sufficiente creare un fondo di sostentamento per i giovani neo laureati affinché restino in Calabria, il giovane deve essere realmente inserito in un contesto lavorativo attraverso la creazione di strutture sul territorio che incentivino la ricerca e le aspettative occupazionali; non basta condannare il lavoro nero, bisogna aiutare quelle braccianti che in questi giorni raccolgono le olive e che nel resto dell’anno sono sempre sotto la tutela dei “caporali” affinché godano dei diritti che sono loro negati da quanti percepiscono i benefici senza aver mai toccato la terra. Solo se si lavorerà in questa direzione si potranno cambiare le cose, solo se ci si occuperà dei problemi veri a cominciare da quelli primari, si potrà sperare in un futuro diverso. Solo dando voce alla “Calabria che non c’è” si può ridurre il gap dell’omertà e si può dare una nuova energia alla nostra Regione».
Quanto avevo scritto è rimasto invariato. Oggi si aggiunge il ritorno agli onori della cronaca della parola ‘NDRANGHETA, la più forte organizzazione criminale presente nell’intero Pianeta. Oggi quella parola fa paura perché è presente dappertutto e non è fatta di sicari armati fino ai denti, né di “tamarri calabresi con la coppola e l’accento reggino”. No! La nuova ‘ndrangheta è fatta di colletti bianchi, è presente a tutti i livelli dell’ “ascensore” sociale, è piena di professionisti e manda i suoi figli a studiare nelle più costose università italiane. Solo il piccolo “bullo” di paese manda il proprio figlio all’Università della Calabria o alla Mediterranea di Reggio Calabria, il capo boss lo manda a Roma magari a La Sapienza o a Milano alla Bocconi, per imparare a masticare di leggi e di economia. Poi magari gli costruisce intorno un alone di legalità autorizzandolo a mettere in piedi un’associazione contro tutte le mafie, che non sarà mai “toccata” da nessuno semplicemente perché è “ben protetta”. Nel frattempo che queste giovani leve si facciano strada nel mondo pulito, con un accento “italiano”, con un buon pezzo di carta e magari qualche “ospitata” nella tv che conta, tanto per mantenere vivo il nome nella memoria, le attività criminali continuano. Spartizione del potere politico, spartizione del potere sulle persone, gestione dei fondi comunitari, gestione del risparmio attraverso le banche di credito locali, riciclaggio di denaro sporco grazie ai grossi centri commerciali che fanno da “lavatrice” ed alle costruzioni, siano esse frutto della legge 488 e similari, o con opere pubbliche e palazzine private che nessuno mai acquisterà. E poi ci sono gli ospedali fantasma, i primariati da sistemare e le fondazioni oncologiche che macinano quattrini in una terra dove la gente muore per cardiopatie. E ci sono loro: gli extracomunitari, e non solo di Rosarno. Non passerà molto tempo che saranno presto rimpiazzati. Abbiamo i rumeni peraltro europei ed i cittadini dell’est, ma a prendere il posto di quelli che dovevano lavorare una terra dove i proprietari hanno preferito far marcire i frutti perché non conveniente rispetto ai prezzi della Comunità europea, molto probabilmente ci saranno gli stessi calabresi. Trecento persone aspettano il licenziamento solo al Porto di Gioia Tauro e ciò significa un pacchetto di voti non indifferente, tenuto conto dei parenti, amici, ed altro, da coinvolgere magari per “votare” il caporale di turno. Per non parlare dei tanti disoccupati ed inoccupati che già riempiono le liste, purtroppo in continuo aggiornamento con numeri sempre crescenti.
Ma chi sono i caporali? È gente fidata dei boss, dei sindaci, dei proprietari terrieri, dei titolari di aziende. Gente senza scrupoli che nello stesso pulmino porta gli uomini a sul luogo del “lavoro” e poi carica le donne da lasciare sulla strada della prostituzione. La tratta delle bianche, delle nere, dei bambini al servizio dei pedofili è tutta in mano loro. Caporali al servizio dei capicosca che attendono i figli con la laurea in mano e lo “studio” a Roma o a Milano, magari per farli candidare ai vari governi, perché, si sa ormai, che i veri boss non sono quelli che si conoscono, i cui nomi circolano anche sul web, ma coloro che sono nascosti nelle pieghe della società della “Calabria che (invece) c’è nei posti che contano” .
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9 gennaio 2010
“La provocazione di Rosarno, un modo per deviare l’attenzione sui fatti di Reggio”
di Giulia Fresca
pubblicato su http://www.articolo21.org/427/notizia/la-provocazione-di-rosarno-un-modo-per-deviare.html
 D’improvviso la Calabria. Sembra che nessuno in questi mesi ne abbia sentito parlare eppure di motivi per essere in prima pagina con delle belle aperture di cronaca ne ha avuti parecchi: le navi dei veleni, l’uccisione del diciottenne Francesco Inzitari, il tentativo di fuga dei fratelli Zagari entrambi ergastolani e notizie varie che rimbalzavano da un comune all’altro sciolto per infiltrazione mafiosa, fino alle “cartoline verdi” che interessano i vari politici, primi tra tutti i consiglieri regionali. Non è bastata neanche la deflagrazione di un ordigno, che per quanto ad alto potenziale, è stato un atto dimostrativo, posto davanti alla Procura di Reggio Calabria e la discesa di Maroni ed Alfano a riaccendere i riflettori, quanto la rivolta degli immigrati a Rosarno.
L’ipotesi che questo episodio sia un valido espediente per distrarre l’attenzione mediatica e la concentrazione di forze investigative su settori “pilotati” non è del tutto malsana ed a condividerla pienamente è stata la deputata Angela Napoli, componente della Commissione Parlamentare Antimafia alla quale abbiamo rivolto le nostre domande.
Onorevole Napoli, cosa unisce l’ordigno di Reggio Calabria, la rivolta degli immigrati a Rosarno e le future consultazioni regionali?
Dell’aspetto politico ne parlerò dopo, per quanto riguarda la bomba a Reggio Calabria e la vicenda di Rosarno, intravedo senza dubbio la mano della ‘ndrangheta. È molto strano che tali reazioni siano state suscitate in un giorno particolare e proprio mentre era in corso a Reggio Calabria il vertice del Consiglio Nazionale sull’Ordine Pubblico e la Sicurezza. Non dimentichiamo che le reazioni di Rosarno sono nate a seguito di un attentato, anche se non propriamente tale, ad opera di giovinastri a bordo di una macchina, dei quali non si sa se appartengono al gruppo dei rosarnesi arrestati tra i quali c’è un certo Andrea Fortugno, già noto alle forze dell’Ordine e già arrestato, nei confronti della cui liberazione abbiamo visto gli striscioni in bella mostra davanti alle telecamere, ma che è legato ad una delle più importanti cosche di Rosarno. La lettura che io ho dato a questa vicenda è che la provocazione di Rosarno è stata fatta di proposito per deviare l’attenzione sui fatti di Reggio Calabria.
Perché proprio a Rosarno che, peraltro, è una città commissariata?
La ‘ndrangheta non ha colorazione politica e tende ad andare verso chi vince. Rosarno è attualmente senza politica perché è solo una delle cinque città commissariate dell’area, i cui consigli comunali sono stati sciolti per infiltrazioni mafiose. Rosarno però registra la maggiore concentrazione di immigrati che vengono utilizzati per il lavoro nero ed inoltre era già stata teatro di episodi di scontro, quindi era un espediente facilmente individuabile alla luce delle vicende precedenti
Onorevole Napoli, c’è qualcosa che non torna. Gli immigrati sarebbero in Calabria per lavorare, ma i frutti di questo periodo, cioè gli agrumi, sono lasciati marcire negli agrumeti. Cosa succede?
È vero che qualcosa non torna ed infatti bisognerebbe avviare un’attività di controllo tra i proprietari del agrumeti per la questione del caporalato di cui molti si servono in questa regione. Nessuno si è mai interessato degli immigrati e che cosa loro facciano in Calabria. In realtà le questioni sono due, da una parte ci sono quelli sfruttati con il lavoro nero che vivono in condizioni miserevoli per come abbiamo visto nei servizi di questi giorni e che devono dar conto, e denaro, a chi decide di farli salire sui pulmini per il lavoro, mentre dall’altra parte ci sono gli addetti al servizio di criminalità. Ciò porta ad un giro di connivenza che non è soltanto con le stesse organizzazioni di immigrati ma molto più spesso con quelle criminali gestite dalla ‘ndrangheta.
E lo Stato dov’è in tutto ciò?
Lo Stato, inteso quello nazionale, c’è in parte con le sue leggi e con i supporti alle Forze dell’Ordine, ma occorrerebbe guardare allo Stato regionale che dovrebbe intervenire con maggiore azione. Non è facile controllare tutti gli immigrati clandestini ed anche in queste ore, mentre molti sono stati trasferiti, molti altri sono andati via per conto loro. Ciò significa che si disperderanno nel Mezzogiorno d’Italia in maniera completamente fuori controllo. L’intervento della Stato Italiano dovrebbe essere proprio nell’azione di controllo costante nei confronti della criminalità organizzata ma se non riusciamo ad avere i mezzi per controllare la clandestinità, mi pare che siamo davvero messi male. La regione dal canto suo ha grosse responsabilità perché aveva promesso impegni precisi per creare un supporto di interventi abitativi a questi immigrati, ma tutto è stato disatteso.
Ritorniamo a Rosarno, città commissariata. Ma lo è tutta la Piana di Gioia Tauro, perché?
Abbiamo i comuni di Rosarno, Gioia Tauro, San Ferdinando, Rizziconi e Taurianova che per la seconda volta consecutiva è risultato sciolto per infiltrazioni mafiose. A questi si aggiunge Seminara che ha un sindaco eletto solo alle scorse elezioni di novembre. Nel raggio di trenta chilometri risultano commissariati, per mafia, i più grossi comuni e c’è un coinvolgimento forte tra vita amministrativa nella Piana di Gioia Tauro ed il suo Porto. Rizziconi, che è un piccolo centro, è di fatto lo spartitraffico ed è il comune dove vive la famiglia Inzitari, proprietaria del centro commerciale il cui figlio del titolare, Francesco è stato ucciso nei mesi scorsi a 18 anni. La zona è di fatto la concentrazione delle principali cosche mafiose. È qui che vivono ed operano le cosche Piromalli, Molè, Pesce, Alvaro, tra le più famose all’opinione pubblica ed è normale che lo scioglimento dei comuni evidenzi la connivenza di certe situazioni.
Onorevole lei vive a Taurianova. Ma in questi giorni ha avuto qualche sentore?
Per noi è stata una “bomba a ciel sereno” e sebbene Taurianova abbia registrato l’uccisione di Francesco Inzitari e la tentata fuga dei fratelli Zagari, di questo centro, entrambi ergastolani che nel trasferimento dal carcere per partecipare a Reggio Calabria ad un processo, sono strati trovati nella camionetta in possesso di due pistole, non si può dimenticare che Taurianova è un comune sciolto per mafia ben due volte. Ciononostante la bomba di Reggio è stata del tutto inattesa.
In una recente intervista don Antonino Vattiata di Libera ci ha dichiarato quanto anche la Chiesa si renda, per certi versi, complice di alcuni atteggiamenti, per non intervenire in maniera chiara e radicale. Lei cosa ne pensa?
Don Vattiata ha perfettamente ragione. Peraltro lui opera nel Vibonese dove si stanno generando grossi focolai criminali che sono ancora sottovalutati. Aggiungo alle sue dichiarazioni il fatto che in alcuni paesi dove le tradizioni religiose sono forti, nel corso delle processioni del Santo patrono, la statua viene fatta sostare di fronte al portone di casa dei capi cosca in segno di protezione e non è raro trovare nei luoghi dove vivono i criminali, santini, coroncine ed oggetti religiosi. La Chiesa non dovrebbe consentire che accada ciò ed in Calabria dovrebbe avere il coraggio di prendere le distanze.
Ritorniamo alla questione politica. La Calabria sembra fuori dai giochi di spartizione nazionale. È solo una sensazione?
È vero. Non se ne parla. La Calabria vive una situazione emergenziale che è sempre stata sottovalutata da tutti i partiti e dai Governi. Non vorrei che accadesse quanto già accaduto all’indomani dell’omicidio Fortugno ovvero che si vanno ad impinguare gli organici delle Forze dell’Ordine nel territorio di Reggio Calabria e di Rosarno lasciando scoperte tutte le altre zone. La ‘ndrangheta è presente ovunque ed è radicata dappertutto e la prima cosa che fa è individuare strategie là dove non c’è controllo. Non voglio sottovalutare l’impegno dei Ministri che sono giunti in Calabria, ma sicuramente servono maggiori interventi e bisognerà incentivare su tutto.
Le riformulo la domanda. E la politica regionale?
Ho detto prima che la ‘ndrangheta non ha appartenenza politica e sta al fianco del vincitore, chiunque esso sia. Noi abbiamo il Consiglio Regionale più inquisito d’Italia e non c’è stata alcuna attività giudiziaria tale da contrastare questi inquisiti, né una volontà politica ad allontanarli dalle aule regionali. L’unico caso è stato quello di Domenico Crea ma semplicemente perché arrestato, anche il consigliere Enzo Sculco, come se nulla fosse, continua a sedere nel consiglio regionale che ha approvato un ordine del giorno per attivare la legalità all’interno del Consiglio pulendosi così l’animo.
In realtà la collusione della ‘ndrangheta nel Consiglio regionale calabrese è radicata e lo è anche all’esterno, ovvero negli enti locali, perché la criminalità tende a permanere dove si decide, dove si programma e dove c’è sentore di vittoria. Lei mi chiede delle prossime regionali, consideri che la ricandidatura di tutti i consiglieri regionali uscenti è indicativa di una precisa volontà a non cambiare gli assetti. Magari cambieranno partito perché il trasformismo che c’è in questa regione è ormai una prassi. Una cosa è certa. Chiunque diventerà assessore alla sanità erediterà tutti i voti della ‘ndrangheta.
Onorevole Napoli, esiste una via d’uscita?
Io sono fiduciosa perché tutte queste denunce trovano la sensibilità dell’opinione pubblica e personalmente ho ricevuto tantissimi messaggi di persone che non hanno il coraggio di parlare ma che trovano la forza, se si da loro l’opportunità, di reagire. Il desiderio di cambiare c’è, e preferisco essere additata come un’utopista piuttosto che tacere ciò che sento di dire.
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