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    29 gennaio 2013

    SIAMO TUTTI GIANNI LANNES

    Su cosa stia lavorando negli ultimi tempi, Gianni Lannes, lo "scomodo" giornalista investigativo dalle inchieste scottanti, non è un mistero. Sul suo diario pubblico si è preoccupato di tenere aggiornati i "naviganti" delle manovre che mani armate compiono ai danni degli ignavi abitanti di Gaia e dell'Italia in particolare. Navi a perdere, veleni disseminati per cielo, per terra e per mare, intercettazioni e, con particolare dovizia di particolari, della genesi dei terremoti "artificiali"cfrutto di esercitazioni militari che nascondono una autentica guerra ambientale.
    La prossima uscita del suo libro "Terra Muta"nel quale Lannes rivela inquietanti verità sui motivi che fanno tremare il Belpaese, diventa così motivo di telefonate anonime ed ora anche dell'ennesino attentato. Io che ho l'onore della sua amicizia e che conosco parola dopo parola il contenuto del libro che sta per essere dato alle stampe, per aver contribuito alla sua stesura, posso solo condividere il suo grido di allarme ed urlare a mia volta "SIAMO TUTTI GIANNI LANNES".

    Giulia Fresca

    DAL DIARIO DI GIANNI LANNES 29.01.2013


    29.1.13ACCUSO LO STATO ITALIANO - di Gianni Lannes


    Non c'è dubbio: doveva essere un incidente stradale! Questa volta niente esplosivo o incendi. Doveva passare come una banale casualità. Ignoti hanno manomesso i freni dell'auto! Le conseguenze non sono state drammatiche per un caso fortuito! Volevano solo impedirmi di parlare pubblicamente a Radio Roma Capitale, o c'è dell'altro?
    Ho un desiderio, niente di vendicativo: avere per le mani in alto mare per 5 minuti gli sciacalli di ieri. Tanto per fargli comprendere fino in fondo il valore della vita.
    So che devo guardarmi le spalle da alcuni apparati al vertice dello Stato italiano, più che dalla criminalitàorganizzata.
    Due precisazioni a scanso di equivoci: dietro l'affare delle "navi dei veleni" ci sono gli Stati occidentali e quello italiano in particolare, comprese le multinazionali chimiche & nucleari.
    A provocare i terremoti artificiali in Italia sono i criminali del governo USA ed i macellai della Nato, col benestare di chi comanda dall'estero per conto terzi nel nostro Paese. Ormai sono emerse le prove e saranno pubblicate a breve.
    In conseguenza: milioni di persone in Italia si sono gravemente ammalate e migliaia muoiono ogni anno. Mezza Penisola è in balia dei terremoti innescati dalla mano militare.
    Fatevene una ragione: la gente deve sapere la verità!
    A tutt'oggi il magistrato applicato al caso dei miei attentati subiti in passato, non ha ancora cavato un ragno dal buco con l'ausilio dei carabinieri. Eppure ho sporto una dozzina di denunce documentate e circostanziate. Sono addirittura passati da casa a rubare un computer e qualcos'altro, nonostante la presenza all'ingresso dei carabinieri e non hanno lasciato segni di effrazione! Ma che bravi!
    Ben due governi, Berlusconi e Monti hanno eluso le numerose interrogazioni ed interpellenze sul mio caso, non fornendo alcuna risposta!
    Il 19 luglio 2011 con una semplice telefonata (eventounico in Italia) e senza alcuna motivazione il Ministero dell'Interno ha revocato la scorta della Polizia di Stato e la vigilanza dei carabinieri sotto la mia abitazione. E temo che la protezione accordata per quasi due anni - come mi avevo confidato un giudice - sia stata in realtà un modo per controllarmi più da vicino. Infatti, il primo capo scorta (da me scoperto e fatto allontanare) era soggetto molto vicino ai Servizi Segreti.
    Ergo: non ho più alcuna fiducia nelle istituzioni e nelle autorità italiane.
    Non sono un eroe, ma un uomo che non teme la morte! E' facile uccidere un essere umano; ma le sue idee non si possono ammazzare, mai. Esse si muoveranno nel cuore e nella mente di altri. Esprimo il mio plauso alla trasmissione radiofonica Ouverture (a David e Andrea, in particolare) e a quanti stimano ed apprezzano il mio lavoro.
    Sono commosso: grazie per la solidarietà e gli attestati di stima fraterna.
    C'è da arrestare un genocidio e salvare l'Italia!


    29 dicembre 2012

    Colpo di stato in Italia _ di Gianni Lannes

    Mi pongo anche io le domande di Gianni Lannes :

    Meglio liberarsi dalle catene o soccombere in silenzio? Dimostriamo di non avere l'anello al naso, invece di piagnucolare o di sparlarci addosso. La democrazia e l’indipendenza vanno conquistate. Come? Una pacifica e nonviolenta marcia di protesta che paralizzi l’Italia a tempo indeterminato, fino a quando non mollano le redini e tolgono il disturbo. Che ne dite tanto per iniziare a farli sbaraccare per davvero?

    basta leggere per convincersi che è proprio necessario

    COLPO DI STATO IN ITALIA
    La gente è stanca di vivere sempre peggio. Eppure nel Belpaese si vedono sempre più servi e sudditi felici. E la finzione democratica continua. Allora, diamo i numeri (dati Bankitalia). Nell’Italia “amministrata” dal Governo Monti il debito pubblico è aumentato di ben 117 miliardi di euro, salendo a 2.014 miliardi di euro al termine dell’anno 2012. Ma dove sono andati a finire i quattrini che il popolo tricolore ha versato in maggiori tasse? I soldi pubblici invece di creare lavoro, sviluppo e crescita vengono usati dai maggiordomi del potere per acquistare armamenti negli USA. Ad esempio 90 aerei da guerra F 35 del valore di 12 miliardi di euro. Le spese di guerra sono aumentate fino a 30 miliardi di euro. Per il Governo Monti - con il beneplacito del presidente Napolitano Giorgio (affiliato Aspen) - è più importante togliere risorse e tagliare spese importanti nella sanità, nelle pensioni, nello stato sociale, nella stabilizzazione dei precari e nella creazione di lavoro, anziché rinunciare a comprare 90 bombardieri che non sono affatto necessari.

    Continua su..
    http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2012/12/colpo-di-stato-in-italia.html


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    permalink | inviato da giuliafresca il 29/12/2012 alle 1:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    24 gennaio 2012

    Lettera a Monti. Restituisco la mia laurea allo Stato


    Non mi serve più, e non ho intenzione di mantenerla appesa alle pareti di uno studio che grazie al Suo decreto sulle Liberalizzazioni dovrà chiudere i battenti. [Giulia Fresca]

    La lettera al Presidente del Consiglio della "più giovane laureata in ingegneria meccanica" (aveva 23 anni), da 16 anni in attività come libero professionista. Che spiega a GiULiA: "Le donne sono, in questo, maggiormente penalizzate e chi, come noi, lotta quotidianamente non può rimanere inerme".
    http://giulia.globalist.it/Detail_News_Display?ID=6528&typeb=0&Lettera-a-Monti-Restituisco-la-mia-laurea-allo-Stato
    http://www.articolo21.org/4653/notizia/lettera-a-monti-restituisco-la-mia-laurea-allo.html
    http://www.dazebaonews.it/dazebao-news/societa/item/8123-lettera-a-monti-restituisco-la-mia-laurea-allo-stato

    Egregio Presidente del Consiglio dei Ministri, Professore Mario Monti,
    ai diversi pensieri che in questi giorni affollano le menti e le strade di questa Italia ormai irriconoscibile, desidero aggiungere il mio, corredandolo della volontà di restituire allo Stato la mia Laurea specialistica.
    Non mi serve più, e non ho certo intenzione di mantenerla appesa alle pareti di uno studio che grazie al Suo decreto sulle Liberalizzazioni dovrà chiudere i battenti. 
    Una Laurea in Ingegneria Meccanica conseguita nel 1995 all'età di soli 23 anni che, ancora oggi, mi consente di detenere il primato di più giovane laureato d'Italia, e che in un Sud senza industrie, né santi in paradiso o "privilegi" per poter accedere ad una borsa di studio o ad un assegno di ricerca, ma grazie alla continua volontà di aggiornamento e desiderio di crescita, si è trasformata nel mezzo per costituire uno studio d'ingegneria che, tra mille sacrifici, ha realizzato opere importanti ed ha onorato la Professione consentendo anche a tanti giovani di formarsi e di avviare, a loro volta, la propria strada.
    Sedici anni di attività da libero professionista singolo che ha sempre creato sinergie e collaborazioni con i diversi studi specialistici di architetti, geologi, agronomi, geometri, al fine di redigere un prodotto che fosse al top delle qualità sotto tutti gli aspetti, ed al tempo stesso rispettoso delle Leggi e Norme, non solo tecniche ma etiche e deontologiche.
    Già da tempo si continua a ripetere che le professioni necessitano di una pratica di "liberalizzazione" e Ella stessa, Professor Monti, ha sottolineato che ognuno deve "rinunciare ad una parte del proprio privilegio". Mi chiedo, e Le chiedo, quali siano i privilegi di un libero professionista singolo o associato che deve combattere quotidianamente con i "furbi" legalmente autorizzati dallo Stato.
    Il settore tecnico in Italia, egregio Professor Monti, è già liberalizzato e sorprende il fatto che Ella e l'intero Suo Governo non abbia contezza del fatto che esistono soggetti come geometri, dottori geometri, ingegneri ed architetti (ormai sono così chiamati quelli con le lauree triennali che afferiscono all'Albo "B" degli Ordini professionali) per infine passare agli Architetti ed Ingegneri Magistrali cui faccio parte. 
    A questa giungla di tecnici, il cui accesso alla Professione è stato regolato previo Esame di Stato, si aggiungono coloro i quali, in barba alla leggi, operano l'attività progettuale "in nero". Sono i dipendenti delle amministrazioni pubbliche, i docenti delle scuole e delle università e quanti "arrotondano" il loro stipendio fisso utilizzando (semmai) la disciplina sul part-time ma di fatto operando nel regime di concorrenza sleale. A ciò si aggiunge il fatto che tali soggetti non hanno alcun problema in merito al regime pensionistico, tenuto conto che lo stesso è regolato dal lavoro principale dipendente a tutto discapito del libero professionista "puro" che, attraverso l'iscrizione alle Casse di Previdenza, deve provvedere in maniera autonoma versando la quota minima anche in assenza di reddito percepito. 
    Già, egregio Professor Monti, perché spesso i professionisti, e mi riferisco ai tecnici, non riescono a sbarcare il lunario per via dei ritardi nei pagamenti da parte della pubblica amministrazione, del mancato esborso da parte del privato (basti verificare quanti tecnici sono costretti a fare ricorso alla legge per il riconoscimento dell'onorario) e per la difficoltà economica che si incorre nel mantenere "vivo" uno studio tecnico.
    Ella, Professor Monti, con la sua idea delle libera professione "facilitata" dal sistema Italia, con la continua "presunzione di colpevolezza del libero professionista", inquadrato ormai in un contesto di "evasore fiscale" per eccellenza, attraverso il provvedimento che intende far approvare, metterà in ginocchio migliaia di professionisti seri che hanno dedicato la loro vita ad un'attività che dimostra di essere, per importanza, tra le prime nel nostro Paese. Io sono disposta a restituire il mio "pezzo di carta" ma non credo che con questo gesto Ella ed il Suo Governo ne trarranno beneficio.
    Se chiudono gli studi professionali per "fallimento indotto dallo Stato" sarà il fallimento dell'intero Paese e mi creda se Le dico che, ai miei 40 anni, non è bello dover buttar via i sogni ed i sacrifici che si sono fatti pensando alle generazioni future mantenendo autonomia decisionale rispetto al potere dei forti (o degli arricchiti che costituiscono le società di ingegneria basate sul capitale economico) e dei prepotenti e furbi che operano nei sottofondi della legalità. La invito a riflettere bene ed a lavorare partendo dalle basi vere che pretendono chiarezza dei ruoli (e non confusioni) della qualità progettuale, della esecutività delle opere, della responsabilità civile e penale, e soprattutto del rispetto dell'opera d'ingegno che ad oggi è stata garantita, seppur con grandi difficoltà, dai minimi tariffari che costituiscono, attraverso la tutela ordinistica, l'unico mezzo per far valere i propri diritti. Operi seriamente sulle pubbliche amministrazioni e ponga dei paletti fermi sulla scelta lavorativa che ognuno vuole svolgere, dipendente o libero professionale.
    Solo così si farà chiarezza ed Ella potrà agire con una manovra equa e giusta.

    Confido nel suo senso dello Stato e della legalità.
    Distinti Saluti

    Giulia Fresca
    ingegnere-giornalista


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    permalink | inviato da giuliafresca il 24/1/2012 alle 12:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    22 gennaio 2011

    La Calabria di Qualunquemente

    di Giulia Fresca

                           La Calabria di Qualunquemente  
    Santa Trada, la località collinare posta sopra il centro abitato di U Cannateddu, ovvero Cannitello di Villa San Giovanni è il luogo simbolo del film di Giulio Manfredonia, “Qualunquemente” che vede protagonista Antonio Albanese ed uno dei suoi personaggi televisivi più spiritosi e corrosivi, il politicante intrallazzista Cetto La Qualunque. L’uscita nelle sale ha fatto registrare il boom ai botteghini ed il film, realisticamente dissacratorio, merita di essere visto perché si miscelano le diverse anime della società. L’esasperante presenza di Cetto La Qualunque che in sè racchiude tutti i vizi della “mala società” non riesce però a far dimenticare quei valori “veri” in cui qualcuno ancora crede, sebbene alla fine soccomba sotto il peso dell’illegalità.

    L’onda calabra, come recita la canzone di Peppe Voltarelli che riecheggia in alcune scene del film e lo connota nel suo finale, consegna non una regione meridionale qualunque, ma proprio la nostra con i suoi paesaggi e con le sue storture. E di Calabria in Qualunquemente ne abbiamo trovata tanta. Non è solo una location del Mezzogiorno d’Italia, bensì è connotata con i suoi usi, i suoi vizi, le sue “cose che non vanno”. Gli ospedali dove a regnare sono i topi ed a dirigere i primari senza meriti, il mare sporco a causa degli scarichi fognari a cielo aperto, l’abusivismo edilizio persino sulle aree archeologiche, la benevolenza della Chiesa di fronte a chi, in cambio del voto, promette il sostegno per il Santo Patrono ed infine la gestione familistica fino all’inverosimile della politica fatta in casa. Ma proprio Peppe Voltarelli è stato il primo a prendere le distanze scrivendo una lettera aperta ad Antonio Albanese «Onda Calabra è un brano che parla di emigrazione in Germania che descrive le sofferenza di una terra martoriata ma per la prima volta nella storia lo fa in maniera sorridente positiva allegra e giocosa con quel pizzico di ironia amara che non si piange addosso per questo è una canzone amata dalla gente del Sud come una bandiera perché è simbolo di speranza, una speranza seria non è una macchietta oppure una gag di cabaret.- scrive Voltarelli amareggiato - Caro Antonio non sai quanta rabbia provo e quanto è triste pensare che il mio brano più conosciuto nella tua versione ha perso completamente il suo significato originario, la sua forza e la sua dignità e il suo coraggio e penso a tutto il lavoro fatto negli ultimi vent'anni anni ai concerti nei piccoli paesi dimenticati da Dio alle traversate oceaniche per portare avanti un idea positiva e di calabresità sostenibile e a quante volte ho litigato con la Calabria da cartolina becera ottusa arrogante e mafiosa. Ignazio Butitta diceva che un popolo è povero per sempre quando gli tolgono la lingua, per questo motivo la canzone Qualunquemente mi ha ferito e credo che abbia ferito tutti quelli che come me coltivano il sogno del cambiamento. Ora ti saluto Antonio, goditi il tuo meritato successo, spero che la faccenda si risolva prima possibile, ma appena puoi per piacere ridammi indietro la mia canzone». Non c’è riscatto ed una delle prime scene apre sul cartello dell’immaginario e cementato paese di “Marina di Sopra, gemellato (non a caso) con la città di Weimar” rigorosamente arrugginito e crivellato di colpi di pistola, si continua su strade battute dalla calura estiva ed arse dall’incuria dell’uomo, per poi giungere al mare della vergogna. Antonio Albanese è bravissimo a rappresentare il calabrese intrallazzino, ma c’è il rischio che si possa pensare davvero ad un calabrese siffatto. La parlata, l’uso delle parolacce e persino la ‘nduja, che fa capolino nel film, ci consegnano uno spaccato non proprio immaginario della nostra regione. Alla scena di corruzione all’aeroporto di Lamezia Terme del pilota di un canader che preferisce far sorvolare sulla costa lo striscione elettorale di La Qualunque anziché spegnere l’incendio in Sila, si aggiunge l’immagine di una terra desolata, di paesi brutti e di ecomostri che diventano, come quello di Santa Trada, proprio sotto il Pilone della Stretto, il simbolo di una regione negativa sulle cui bellezze, al contrario, non si è spesa una parola. Qualcuno sostiene che il messaggio sia: «avete raggiunto il fondo e Cetto è solo la rappresentazione locale del malessere nazionale». In questo senso, il malessere è certamente massimo in Calabria dove la “normalità” è fatta di rapporti sociali più inquinati del mare. È questo forse il disequilibrio che emerge nel film, perché se a Cetto La Qualunque si contrappone il candidato De Santis che «se diventa sindaco mette il paese a rischio legalità», alla negatività dell’immagine di una regione non corrisponde una possibile azione di riscatto, lasciandoci “qualunquemente e senza dubbiamente” tutti dei…La Qualunque

    24 ottobre 2010

    De Magistris, un “cattivo” magistrato


    L’occasione doveva essere la presentazione del suo libro “Assalto al Pm – storia di un cattivo 
    magistrato”, ma De Magistris, nella “sua” Calabria non poteva limitarsi a parlare di un prodotto editoriale e così ha puntato l’attenzione sulle scottanti vicende del nostro Paese ed i tanti laccioli che impediscono che diventi un posto normale.
    Ha ripercorso alcuni momenti cruciali del suo trascorso da Pm presso la Procura di Catanzaro, attraverso le inchieste che lo hanno reso famoso: Poseidone, Toghe lucane e Why Not, che tanti sconquassi hanno generato non solo nella sua vita ma nell’intero sistema politico-affaristico regionale e nazionale ed ha raccontato dei tanti attacchi da cui ha dovuto difendersi, soprattutto quelli interni dei colleghi. 
    Qual è la situazione della magistratura in Italia ed in Calabria rispetto a quella che descriveva Piero Calamandrei?
    In quindici anni ho visto avanzare il modello del magistrato conformista, attento ad interpretare la legge quando ha di fronte il personaggio di Potere. Io mi sono sentito dire da un Procuratore Generale che “De Magistris è un grande lavoratore, anzi lavora troppo e non è così che lavora un Magistrato che rispetta la Costituzione Repubblicana”. In quel momento sono state proprio le parole di Calamandrei che mi sovvennero, oltre a quelle di mia moglie che continuamente mi intimava di rientrare prima a casa. Mi sono visto recapitare un avviso di garanzia di quindici pagine emesso su ordine di Arcibaldo Miller, un incriccato che ha un pedigree di primordine ed era nei salotti Verdini con Dell’Utri e compagni, uomo dai tanti “vizietti” che lo hanno portato a diventare da Pm della Tangentopoli napoletana a capo degli ispettori del Ministero della Giustizia ovvero quello che dovrebbe giudicare la mia deontologia. Mi si accusava di vilipendio dell’ordine giudiziario per via di un’intervista a Sky nella quale avrei detto che in Italia esistono due magistrature, quella che mantiene la schiena diritta e che applica l’art.3 della Costituzione ed una che va a braccetto con il potere e con la “normale devianza”, proprio come fa Miller.
    Si sente di aver commesso degli errori?
    Nella fase iniziale degli attacchi ho sperato di trovare degli errori gravi ma paradossalmente mi sono trovato nella condizione normale di chi sbaglia. Ho commesso gli errori di qualsiasi essere umano che si trova ad operare in un ambiente difficile dove, anziché potersi fidare del collega della porta accanto, occorre guardarsi le spalle perché è lì pronto a scipparti il fascicolo dalla scrivania. 
    Cosa pensa dei giudici ragazzini?
    Penso che danno tanto fastidio perché vengono da tutta Italia e non rinunciano, a priori, a sedi svantaggiate. Non hanno incrostazioni e questo deve fare riflettere sulla questione morale della magistratura, e non solo calabrese, nella quale i giudici ragazzini rompono quegli equilibri interni portando entusiasmo, passione e voglia di fare. In Calabria ci sono magistrati che valgono ma ce se sono molti che hanno incrostazioni profonde. Bisogna avere il coraggio di parlare della questione morale nella Magistratura e con questo mio libro volevo aiutare un dibattito interno, ma manca la volontà ed il coraggio di denunciare. Così si va verso il crollo democratico.
    La borghesia mafiosa e la massoneria deviata. Cosa li tiene insieme?
    La borghesia mafiosa è tenuta insieme dalla massoneria deviata che, attuando la strategia della distruzione in tutti i modi, delle persone che hanno osato entrare nel cuore del sistema, realizza di fatto un Governo occulto della cosa pubblica. Il salotto Verdini ci ha consegnato politici, faccendieri ed alti magistrati asserviti che devono punire i magistrati perbene. Nei luoghi della borghesia mafiosa si decide per poi far ratificare nei luoghi istituzionali. Non dimentichiamo che “mafia” non è sinonimo di uso di armi e violenza, tant’è che l’arma è solo un aggravante, ma vincolo di omertà e di affarismo losco. In Calabria mi è stato chiesto “a chi appartieni?” Questo senso di appartenenza crea dei forti vincoli che nel mio caso hanno avuto l’azione catartica di metterli tutti insieme contro di me. Oggi il lavoro non è più un diritto, ma un privilegio ed una concessione e la borghesia ha paura di qualche magistrato che scopre l’ingranaggio, di qualche giornalista che lo racconta e della popolazione che se ne rende finalmente conto. C‘è bisogno che la gente si riappropri della dignità e ritrovi il pensiero critico, l’unico di cui i poteri forti hanno paura.
    È stato un cattivo magistrato?
    Sono stato un cattivo magistrato ma non sono stato un deficiente. Avrei potuto fare tante volte delle scelte diverse perché mi hanno offerto delle prospettive, avrei potuto non approfondire delle carte che mi passavano davanti, e magari sarei potuto diventare Procuratore Generale da qualche parte. 
    Meglio girarsi dall’altra parte?
    Sarei andato contro la Costituzione Repubblicana e contro il diritto di autonomia ed indipendenza della Magistratura. La consapevolezza di stare nel giusto, con coscienza, mi ha dato la forza di andare avanti perché questo mestiere deve essere fatto con forte senso di passione ed idealità.
    Si sente in colpa per quanti hanno pagato a seguito della guerra tra le Procure di Catanzaro e Salerno?
    Mi pesa moltissimo che tante persone stiano pagando per aver fatto il loro dovere, anche se lavorando con me sapevano a cosa andavano incontro. La guerra delle Procure è la dimostrazione di come il circuito mediatico può impazzire e di quanto esso sia devastante perché paradossalmente la vicenda è paragonabile al fatto che i Carabinieri arrestano Riina e Riina arresta i Carabinieri. Presto renderò pubblici sul mio blog tutti i verbali perché si metta fine a questo enorme tentativo strategico di demolire quanti hanno svolto con coscienza il loro lavoro. Se ci fosse stato Sandro Pertini come Presidente della Repubblica, certamente avremmo avuto una sponda istituzionale in grado di guardare con occhi imparziali questa vicenda
    Ma la Chiesa che ruolo ha svolto?
    La Chiesa calabrese è stata trasversalmente interessata ed anche in modo forte. Ci sono stati dei parroci che hanno avuto coraggio nel sostenermi mentre dalle gerarchie ecclesiastiche non è arrivata un granché di solidarietà anche perché era proprio da quelle gerarchie che arrivavano le sollecitazioni per le assunzioni . in questo momento dalla Chiesa mi aspetterei qualcosa che porti una vera lotta alla mafia, che la veda in prima linea. La Calabria avrebbe bisogno di tanti parroci di frontiera.
    Quale deve essere l’idea del Giudice oggi?
    Non bisogna seguire il concetto del giudice etico che cerca il consenso. Diversa è invece l’idea del giudice che cerca il feeling con le Istituzioni. C’è differenza tra solitudine ed isolamento. La solitudine fa parte del lavoro del magistrato e gli è indispensabile, l’isolamento invece è pericoloso. La legge Bavaglio ad esempio è una legge eversiva perché impedisce ai magistrati di operare ed alla stampa di raccontare. Questo significa impedire alla gente di sapere e di poter pensare liberamente in modo critico e quindi di dissentire. Se il Tg1 cominciasse a fare informazione pubblica raccontando le inchieste importanti del nostro Paese si può solo immaginare cosa accadrebbe.
    Ma loro hanno il consenso!
    È vero che hanno il consenso ma se avessimo un’informazione libera faremmo salti in avanti. In Italia adesso vige la strategia del ricatto che è estremamente pericolosa. Il rapporto Fini –Berlusconi si regge proprio su questo. Non si può tenere un Paese avvelenato ed occorre ritornare al popolo con una nuova strategia comune di lotta.
    Dall’assalto al PM all’assalto all’ex PM, quanto c’è di vero nelle accuse sugli sprechi delle sue indagini?
    La storia dei costi è una bufala. Non sono stati spesi nemmeno i soldi che generalmente si spendono in un’indagine, anzi abbiamo anche recuperato dei fondi. Basta leggere quello che ha scritto Piero Sagona sul mio blog (http://www.luigidemagistris.it/index.php?t=s1545) 
    La bilancia della Giustizia ha sui suoi piatti giustizialismo e garantismo, come vede il futuro De Magistris?
    Vedo una magistratura come quella di Calamandrei, conformista, pavida e malata di agorafobia, che rischia di diventare il braccio togato del Potere. E vedo il Casellario pieno di piccoli delinquenti mentre i mafiosi ed i criminali saranno completamente “limpidi”.Sono ottimista sul fatto che l’Italia si risveglierà con una grande strategia politica che solo una grande mobilitazione delle coscienze può avviare.

    Giulia Fresca

    17 ottobre 2010

    Franco Fortugno, cinque anni dopo.


    Chi lo ha conosciuto lo ricorda come un uomo perbene, sempre sorridente ed affabile. Quel 16 ottobre 2005 quando la notizia della sua uccisione davanti alla sede di palazzo Nieddu nel centro di Locri, cominciò a rimbalzare di bocca in bocca, segnò uno spartiacque indelebile per la Calabria. 
    «Franco Fortugno è stato ammazzato!» Le linee telefoniche, poco dopo le 17,30, impazziscono nella giornata simbolo della democrazia in Calabria mentre si vota alle primarie dell'Unione. A sparare, a bruciapelo davanti ad alcuni testimoni, un killer fuggito su un'auto guidata da un complice dopo avergli esploso contro cinque colpi di pistola calibro nove. 
    Improvvisamente, quel giorno, l’opinione pubblica prende consapevolezza che la ‘ndrangheta non mina soltanto il potere giudiziario, ma anche quello della politica ed infatti subito si parla di delitto “politico-mafioso”. Si cercano gli “interessi” di qualcuno che Fortugno avrebbe disturbato ed immediatamente, tra i corridoi e quasi sottovoce, escono fuori alcuni nomi di “possibili” mandanti. 
    Vendette trasversali, interessi di partito, voti sottratti o venuti meno ad una elezione che doveva essere “certa” ed in mezzo, quella che da sempre è stata la macchina da guerra della ‘ndrangheta calabrese: la sanità.
    Non a caso Franco Fortugno è un medico e non a caso anche Domenico Crea, che gli subentrerà in Consiglio Regionale lo è, del quale si dice sia in odore di ‘ndrangheta. Sarà arrestato nel 2008 per ordine della Direzione Distrettuale Antimafia, ma non per l’omicidio dell’ex vice presidente del Consiglio regionale bensì nell’ambito di un’inchiesta sulla sanità.
    Un omicidio, che a distanza di cinque anni, non conosce ancora i veri mandanti, ma solo colpevoli.
    Dopo cinque mesi di indagini, da quel giorno, nove persone vengono arrestate con accuse di vario tipo, dall’associazione di tipo mafioso, alla rapina a mano armata, all’omicidio, il cui autore materiale viene individuato in Salvatore Ritorto, “mandato”, si darà in seguito, da Alessandro e Giuseppe Marcianò rispettivamente caposala ed infermiere dell’ospedale locrese.
    Alla funzione di questi “mandanti” non crede quasi nessuno. Si cercano ancora i nomi che stanno più su, al vertice della piramide che ha voluto quel delitto, ed è la vedova Fortugno, che dopo la morte del marito viene eletta al Parlamento, a chiedere che si continuino le indagini.
    Quel giorno di cinque anni fa, la Calabria monopolizzò i media di tutto il mondo ed il movimento “Ammazzateci tutti” apparve subito come l’azione di giovani che rivendicavano il riscatto di una regione offesa.
    Dopo cinque anni è tempo di bilanci. Quel Movimento oggi è solo sulla carta, utile a qualcuno per continuare ad essere beneficiato dalla notorietà che qualche residuale trasmissione televisiva vi dedica e dagli scambi di voti che producono il riconoscimento di qualche “finanziamento”. La prova arriva il 2 febbraio del 2009 quando al momento della sentenza di primo grado nel processo per la morte di Franco Fortugno, il movimento Ammazzateci tutti è assente dall’aula, così come i rappresentati delle Istituzioni.
    Dopo cinque anni, a Locri, ieri a ricordare Franco Fortugno sono stati il Presidente della Camera Gianfranco Fini ed il guardasigilli Angelino Alfano il quale ha anche ricevuto gravi minacce per essere intervenuto nella città reggina. Le parole di Maria Grazia Laganà rappresentano il clima che non si placa in questa regione dove tutto rimane sospeso :«Tali azioni di stampo terroristico – ha dichiarato la vedova Fortugno solidarizzando con Alfano - attuate dai mafiosi, devono indurre gli organi dello Stato ad agire ora, ad agire in fretta, ad agire con sempre più forza per dare il colpo finale alla criminalità organizzata. Rafforzare il carcere duro per i mafiosi, confiscare i beni dagli stessi acquisiti illegalmente, è questa l’attività che può aiutare molto a sconfiggere questo male che tiene bloccato lo sviluppo dei territori infetti e non garantisce alcun futuro per i più giovani».
    Parole come “Legalità”, “Giustizia”, “Senso dello Stato”, hanno poco senso in una regione dove non sono ancora ripristinati i canoni della “normalità”. «Ogni volta che un cittadino viene ucciso dalla mafia - ha detto ieri il Presidente della Camera Gianfranco Fini- sia esso di destra o di sinistra, diventa un martire. Non esistono vittime di serie A o serie B ed è per questo che Fortugno deve essere considerato come un cittadino d’Italia, come un padre. Dando memoria a queste vittime si ha un modo per contrastare la criminalità».
    Parole che però non trovano, purtroppo, un riscontro reale.
    La Calabria ha bisogno di altro, ha bisogno di “normalità”, di lavoro vero, onesto, di politici senza interessi personali, di magistrati sostenuti e non oltraggiati, di uomini liberi.
    Solo allora, quando questo sogno utopistico si avvererà, forse, potrebbero non esserci più dei “Franco Fortugno” da ricordare.
    Giulia Fresca


    1 settembre 2010

    Saviano sulla ‘ndrangheta? No, Grazie!

    pubblicato su www.articolo21.org il 01.09.2010


    http://www.articolo21.org/7183/editoriale/saviano-sulla-ndrangheta-no-grazie.html

    di Giulia Fresca

    È diventato peggio di Bruno Vespa, con il suo fare saccente e teatrale. Roberto Saviano annuncia che sta scrivendo un nuovo libro, il terzo ancora per la Mondadori, sulla ‘ndrangheta. Gli sarebbe bastato venire in Calabria qualche volta, contornato dalla sua scorta e parlare con i giornalisti che qui invece ricevono minacce vere, per capire tutto sull’organizzazione criminale più ramificata al mondo.
    Che genio, Saviano. Aspettiamo il suo libro per sgominare le famiglie criminali, gli intrecci che conducono alla gestione di patrimoni immensi basati sul narcotraffico, le attività commerciali ed imprenditoriali di mezza Italia del Nord e del sud America, le candidature di politici “funzionali” alle realizzazioni di intendimenti che portano al Potere. Aspettiamo Saviano per dire a magistrati del calibro di Nicola Gratteri, Giuseppe Lombardo, Giuseppe Creazzo e non ultimo Salvatore Di Landro, che non hanno capito nulla di cosa accade in Calabria.
    Ma chi è Saviano per venire a “raccontare” la ndrangheta?. È una persona che vive in una terra martoriata da gente che l’ha depredata ai propri utili generando povertà e stato di bisogno?
    La ndrangheta si sa, è l’organizzazione più “facoltosa” al mondo eppure la Calabria è la regione più povera d’Italia o forse dell’intera Europa. Chi scrive di queste cose, denunciando quotidianamente gli abusi, i soprusi e le ingerenze politico-criminali, rischiando la vita seriamente perché è qui che vive ed abita, non ha certo intenzione di speculare attraverso la vendita di un libro che ancora deve vedere la luce e che però già fa parlare di sé preannunciandosi come un nuovo best-seller.
    Tutto ciò è vergognoso e da calabrese dico ad alta voce: Saviano, No Grazie! Si dedichi ad altro nella vita, si goda i frutti delle sue consumate fatiche nella tranquillità dei luoghi protetto dalle sue scorte. Lasci perdere la Calabria alla quale non farà certo un piacere, perché non è in grado di trarre da questa terra le cose positive che in essa, nonostante tutto, si generano continuamente. È sufficiente rivolgere lo sguardo alle cooperative sociali nate avendo per mission il cambiamento della Calabria e operanti per il riscatto delle comunità locali, che realmente si battono contro le mafie inserendo nel mondo del lavoro persone svantaggiate. Persone che vengono cancellate dai “libri paga” della criminalità organizzata che in Calabria offre solo manovalanza. La vera ‘ndrangheta è culturale, è quella che afferisce alla soggettività e conflitto, alle “soggettività oggettivate”, di sentimento intimo e personale delle amicizie, di questioni al “femminile”, di situazioni che pongono in rapporto tradizione/modernità, etica e responsabilità. Nei fatti di ‘ndrangheta, chi li vive davvero e ne conosce il significato più profondo, paragona la condizione femminile della donna del criminale “come una pasta di pane”, poiché ciò che appare dimenticato o rimosso nelle narrazioni maschili della storia non è l’eccezionalità delle donne, bensì la loro normalità. Lo scialle nero, il “guardaspaddi”, è memoria di una generazione passata ma anche vissuto del presente e sguardo al futuro, che ci conduce a quel crocevia tra tradizionale e moderno, tra destino e scelta, che viene faticosamente elaborato nella soggettività delle donne del Sud. Il “guardaspaddi” diventa anche il luogo dove custodire segreti, dolori, paure: luogo di pace e di conflitti insieme. Quell’abito nero che rappresenta il lutto delle donne di ‘ndrangheta e di mafia rimanda a quel significato di “mafia” con quale intendiamo un fenomeno complesso, polimorfico, consistente nell’uso di pratiche di violenza e di illegalità, in genere da parte di strati sociali dominanti o tendenti a diventare tali come la “borghesia mafiosa”, allo scopo di accumulare ricchezza e acquisire posizioni di potere, avvalendosi di un codice culturale non immodificabile e di un relativo consenso sociale, variabile a seconda della composizione della società e dell’andamento del conflitto di classe o comunque del rapporto tra le varie componenti. Nelle “mafie” si inserisce erroneamente anche la ‘ndrangheta ma a torto, perché essa è fatta da legami di congiunti, da “fratelli di sangue” e da donne all’interno della “signoria territoriale”. Questa “mafia” intesa come un’organizzazione formalmente monosessuale, riservata ai maschi, sottolinea invece l’elasticità di fatto che consente il contributo sempre più rilevante della donna, vista come un “fantasma che prende corpo”, mentre la “mafia” ,ma ancora di più la ‘ndrangheta, è come una rete che cambia colore passando da un centro fitto e nero ad un intorno grigio fino a giungere ai limiti nel candore del bianco: il candore delle fedine penali di quanti non sono direttamente coinvolti ma che rappresentano la forza vera della “mafia” attraverso l’omertà e la ricerca della “pace”.
    Roberto Saviano non scriverà mai di queste cose, perché non le conosce, non le vive e soprattutto perché non è in grado di capirle, dalla sua postazione “lontana”, ma soprattutto non saprebbe, per convenienza, porre il suo lavoro a fin di bene per questa terra, che ancora una volta si offre, stupidamente, come preda


    30 aprile 2010

    "Baciamo le mani". Li chiamano “uomini d’onore” ma sono "uomini in fuga"

    di Giulia Fresca


    “Baciamo le mani!” quante volte l’abbiamo sentito dire, un po’ per scherno un po’ per identificare in maniera chiara ed inequivocabile una realtà del Sud! “Baciamo le mani” è tutto in certi luoghi. È il pane quotidiano, è il capitale sociale che alcune persone costruiscono in territori dove lo Stato non si fa sentire, dove mancano, perché sono sempre mancate, le politiche di coesione sociale. Gli applausi al super boss della 'ndangheta Giovanni Tegano, che un centinaio di persone hanno atteso per salutare e “rendere omaggio”, non devono lasciare sorpresi, per il semplice fatto che non è la prima volta che episodi simili accadano.


    Sono situazioni assurde che inneggiano all’antistato ma per certe realtà è proprio l’antistato l’unica fonte di sostentamento familiare. Un manipolo di delinquenti che vive ai margini della società, dovendosi nascondere in continuazione. Li chiamano “uomini d’onore” ma in realtà sono “uomini in fuga”. Eppure gestiscono potere, danno lavoro, sporco sì, ma in assenza di altro è fonte di guadagno, e dunque meritano riconoscenza e devozione. “Baciamo le mani”, anche se sono sporche di sangue innocente, magari di un bambino ammazzato per sbaglio, o di quello dei tanti morti per droga grazie ai loro traffici. “Baciamo le mani” perché in Calabria, in Sicilia, in Campania sono questi gli esempi che hanno seguito.


    Lo Stato dov’è? Cosa fa? Non esistono politiche di coesione sociale, non esiste la capacità di fornire delle vie di legalità a chi decide di abbandonare la criminalità. In certe realtà il “Boss” è l’unico punto di riferimento e non solo per motivi economici ,e quindi di sostentamento delle famiglie, ma anche per la rete di rapporti che esso crea ed intesse.


    Mantovano ha dichiarato che in Sicilia la situazione è migliore, che Palermo risponde meglio. Forse ci sei dimentica di analizzare i fenomeni criminali. La mafia è diversa dalla ‘ndrangheta ed il numero di pentiti e di collaboratori di giustizia lo dimostra. La ‘ndrangheta si basa sui rapporti di sangue, sulle famiglie, sulle parentele, dunque non semplici gregari ma compari, “san Giovanni”, cugini, fratelli, figli. Ecco perché Tegano esce sorridente, ecco perché gli ‘ndranghetisti arrestati salutano la folla, ecco perché la folla risponde con l’applauso. “Baciamo le mani” a chi ci rispetta, dandoci lavoro e considerandoci al pari. Se lo Stato fosse presente, se mettesse alla pari i cittadini, se li aiutasse a non avere bisogno dell’Antistato, gli applausi andrebbero tutti alle Forze dell’Ordine.


    pubblicato il 29.04.2010 su articolo21.info




    permalink | inviato da giuliafresca il 30/4/2010 alle 17:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

    25 marzo 2010

    giuliafresca.ilcannocchiale.it c'è!




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    permalink | inviato da giuliafresca il 25/3/2010 alle 14:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

    3 marzo 2010

    Apri il tuo blog, "CensureRAI il Bavaglio RAI"

    Potrebbe essere questo il motto adottato da tutti i blogger d’Italia per rimbalzare sul Web le trasmissioni “censurate” dalla Rai. Un modo per rispondere allo sciopero bianco annunciato ieri sera davanti alla sede di Via Teulada da Michele Santoro mentre Giovanni Floris parlava sul palco ed in contemporanea, al posto di Ballarò andava in onda, sulla terza rete un documentario storico.

    Il bavaglio in prima serata, con quella che è senza dubbio la censura più  eclatante che si sia verificata nel nostro Stato che ancora vuol definirsi democratico. Una censura operata dal Servizio Pubblico, quello verso il quale ogni cittadino contribuisce non soltanto con il pagamento del canone bensì con il suo essere al tempo stesso contribuente e telespettatore.

    Ribadire il diritto alla libera informazione è dunque, oggi più che mai, un DOVERE, e chi ha la possibilità di rimbalzare tutte le informazioni e le opinioni DEVE farlo. L’unico mezzo che oggi rimane ancora “LIBERO” è INTERNET con le reti dei Blogger e dei Social Network. Ed allora diamoci dentro tutti, aderiamo all’invito di ARTICOLO21 e riproponiamo offrendo il nostro “studio” virtuale” a tutte le trasmissioni, le riprese e le opinioni che contribuiscano a togliere il bavaglio. “CensureRAI il bavaglio Rai” è l’invito da rivolgere a chi ha paura ed è titubante a fare da cassa di risonanza. Prendiamo esempio dal direttore di Rai News 24, Corradino Mineo, che ha dedicato il suo Caffè alle voci presenti a Via Teulada. Un’azione coraggiosa solo se vista nell’ottica del clima che si vive in Italia. Una scelta giusta ed intellettualmente onesta che risponde al servizio pubblico che la RAI è tenuta a dare.


    Giulia Fresca (articolo21.info)


    Il link di Rai News 24
    http://ilcaffe.blog.rainews24.it/2010/03/03/il-bavaglio-in-prima-serata/ 

    Editoriale su Articolo21.info http://www.articolo21.org/6576/editoriale/censurerai-il-bavaglio-rai.html

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